Donne e lavoro nei paesi arabi: tra sharia e cambiamento

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donne e lavoro nei paesi arabi
@Mariasara Castaldo | Donna al lavoro in Tunisia

Nel racconto di cooperazione di questo mese, ci occupiamo di donne e lavoro nei paesi arabi. MENA è l’acronimo di Medio Oriente e Nord Africa, un’area geografica che rappresenta il 6% della popolazione mondiale: circa 380 milioni di persone che vivono nell’immensa area che comprende Nord Africa e Medio Oriente. Qui il tasso di disoccupazione femminile è circa il doppio rispetto a quello maschile, e sale a quasi il 40% se si considerano solo le giovani sotto i 25 anni.

Nonostante la maggior parte dei paesi arabo-musulmani abbia adottato sistemi di diritto positivo di matrice occidentale, questi sono fortemente legati alla sharia, il diritto islamico che si basa sulle scritture del Corano.

L’elaborazione della sharia da parte dei giuristi musulmani si è evoluta all’interno di una società di stampo patriarcale, che ha relegato la donna in una posizione subalterna rispetto all’uomo, soprattutto nell’ambito delle norme che regolano lo statuto personale ed il diritto di famiglia (ad esempio partecipano alla successione ereditaria in misura inferiore rispetto agli altri figli maschi e per divorziare senza il consenso del marito devono pagare un riscatto in denaro).

Negli ultimi dieci anni alcuni paesi del MENA hanno fatto piccoli passi avanti per l’emancipazione femminile: la Tunisia ha abolito la poligamia, mentre Marocco, Algeria ed Egitto la limitano fortemente; la posizione di uomo e donna all’interno del matrimonio è, in molti paesi, paritaria; in Siria e Marocco è permesso alle donne di predicare i precetti islamici – prerogativa altrimenti esclusivamente maschile; la presenza delle donne nella vita pubblica ed il loro grado d’istruzione sono, ovunque, in ascesa; le donne sono inoltre più propense degli uomini a frequentare l’università.

Le discriminazioni di genere sono però tutt’altro che sparite, soprattutto nel mercato del lavoro e nella partecipazione alla vita politica. Solo il 25,2% delle donne in età lavorativa ha un impiego retribuito, contro un tasso medio mondiale del 50%.

È quindi molto difficile per una donna emanciparsi economicamente e lavorativamente. Spesso le donne subiscono restrizioni alla loro mobilità a causa di norme sociali; non hanno il collaterale necessario per richiedere finanziamenti a causa delle ineguaglianze nelle leggi che regolano le eredità; hanno bisogno del consenso della famiglia (del padre prima del matrimonio e del marito poi), sono più soggette a discriminazione da parte di funzionari pubblici.

Donne e lavoro nei paesi arabi: una testimonianza dall’Algeria

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Rachel e Imène Derris

Rachel e Imène Derris sono due sorelle di 23 e 28 anni, che vivono e lavorano ad Algeri, e che ho conosciuto durante una missione di lavoro in Algeria. Rachel è studentessa di letteratura inglese all’università e lavora per una società di eventi e comunicazione che collabora con i ministeri locali, con l’Unione Europea e con le ambasciate straniere. Imène ha lavorato per l’Oreal Paris nel punto vendita nell’aeroporto di Algeri e, in seguito a una diminuzione delle attività della multinazionale francese nel paese, è stata reintegrata nel negozio duty free dell’aeroporto stesso.

Rachel e Imène raccontano che le donne in Algeria sono spesso costrette a stare a casa e occuparsi dei lavori domestici e della famiglia. Negli ultimi anni la mentalità sta cambiando, soprattutto nella capitale, mentre nelle zone rurali il cambiamento è molto più lento.

Ci sono dei lavori che le donne non sono autorizzate a fare?

“Dipende” – risponde Imène – “Io avrei voluto fare l’assistente di volo ma mio padre non me l’ha permesso perché a bordo avrei dovuto servire alcolici e avrei spesso dormito negli hotel. Secondo la mia famiglia non va bene che una donna sia sola in un hotel. Allo stesso modo, quindi, non posso fare la receptionist in un albergo. Prima ho lavorato per l’Oreal Paris ed è capitato che sia andata all’estero per lavoro ma visto che sono state eccezioni e mi fermavo al massimo per tre giorni, mio padre mi ha autorizzata. Non sono sposata quindi per la mia famiglia non è accettabile un lavoro che mi faccia passare molto tempo in un albergo”.

Oltre ai limiti imposti dalla famiglia, ci sono altri problemi che le donne affrontano quando cercano lavoro?

Risponde Rachel: “Le donne, se vogliono lavorare nel settore privato e con organismi internazionali, non possono usare il velo. L’Algeria è un paese musulmano laico. Il velo spaventa, chi lavora con operatori internazionali pensa che il velo sciocchi i clienti stranieri, che incuta timore, soprattutto in seguito agli avvenimenti attuali e agli atti terroristici. Le ragazze velate, se non vogliono toglierselo, possono lavorare presso istituzioni statali o esercitare la libera professione, come avvocato, medico etc. Ma se vogliono lavorare con l’estero non lo possono tenere”.

Aggiunge Imène “Ormai le donne si stanno emancipando, ci sono anche donne che guidano il taxi. Loro però sono velate, usano dei guanti e non scoprono nulla ma questo lo fanno per protezione, per non essere aggredite dagli uomini. Spesso le donne continuano ad usare il velo come protezione, per non attirare gli sguardi e quindi le attenzioni degli uomini. In questo modo, con la protezione del velo, si sentono più libere: libere di circolare, di camminare per strada, di uscire da sole. Ma non è così, il velo non ti dà la libertà”.

La questione del velo rimane complicata anche se, per essere un paese al 99% mussulmano, chi vi si trova di passaggio vede poche donne con il velo.

“Sì” – conferma Rachel – “La nostra religione impone il rispetto per la donna. È vero che dobbiamo coprirci ma il velo spesso diventa il modo in cui gli uomini esprimono la loro autorità, in cui sottomettono la donna. È frequente che gli uomini obblighino le donne a mettere il velo dopo il matrimonio, è il loro modo per mostrarsi autoritari”.

Immagino, quindi, che per gli uomini sia più facile trovare lavoro?

Iméne: “No, non è più facile, anzi. Gli uomini hanno più difficoltà per trovare lavoro perché escono, la sera spesso vanno nei bar e bevono e la mattina non si alzano per andare al lavoro. Le donne, invece, sono molto più responsabili e attive degli uomini e per questo trovano con più facilità un impiego”.

Donne e lavoro nei paesi arabi: due progetti innovativi

Ci sono anche progetti innovativi che provano ad incentivare la partecipazione delle donne all’imprenditoria nell’area dei paesi MENA.

I centri sportivi B-Fit, nati dall’idea di un’imprenditrice turca, sono palestre in franchising aperte e gestite esclusivamente da donne. In questi centri, oltre a corsi sportivi, si organizzano sessioni di discussioni e networking tra le donne imprenditrici. I centri B-Fit sono diversi dalle altre palestre proprio in questo senso: l’idea di fondo è creare uno spazio di incontro e di discussione per incentivare l’imprenditorialità femminile.

Questi centri si sono sviluppati molto velocemente in tutto il territorio turco: dall’apertura del primo centro del 2006, oggi ci sono 220 centri B-Fit in 48 città per un totale di circa 180mila iscritte. Il fattore di successo di questa iniziativa è direttamente collegato con la separazione tra i generi delle società islamiche: dal momento che solo le donne possono svolgere determinati servizi per altre donne, un centro sportivo esclusivamente per loro, in cui le donne posso interagire liberamente, senza vincoli dovuti agli abiti né restrizioni dovuti ad esigenze culturali, diventa una storia di successo.

Altro esempio di successo è l’Associazione Femminile Kadiger, fondata nel 2002 da 38 imprenditrici turche, che si occupa di incentivare e sostenere l’imprenditorialità femminile per rafforzare lo status economico e sociale delle donne con l’obiettivo di permettere loro di condurre la loro esistenza liberamente e svolgere un ruolo efficace nei processi decisionali.

A parte questi casi importanti ma ancora piuttosto isolati, per migliorare la condizione femminile nella regione è necessaria una forte spinta da parte dei governi locali per ridurre le discriminazioni di genere, incrementare e rafforzare la partecipazione femminile al mercato del lavoro e nei processi di decision making. Questi cambiamenti richiedono tempi lunghi ed avvengono gradualmente. I due esempi citati, così come la testimonianza di Rachel e Imène, dimostrano però che nella regione le cose stanno cambiando e che stanno nascendo iniziative dal basso con l’obiettivo di raggiungere la parità di genere, condizione necessaria per lo sviluppo economico e sociale di ogni paese.

Questo articolo fa parte della rubrica Racconti di Cooperazione: leggi qui gli altri articoli

Ha un Master in Economia dello Sviluppo e Cooperazione Internazionale ed è co-fondatrice di Mekané - ideas for development (www.mekane.org). Si occupa di progettazione, gestione, valutazione di progetti di sviluppo. La sua zona di specializzazione è l’Africa francofona.

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