Qual era la visione politica di David Bowie?

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Qual era la visione politica di David Bowie?
@stratopaul

Diciamolo subito: Bowie non era un artista “politico” e non amava contaminarsi con la politica intesa come partiti o istituzioni. Lo dimostra il rifiuto del titolo di Commendatore dell’Ordine dell’Impero Britannico nel 2000 e di Cavaliere dello stesso ordine nel 2003 che l’artista spiegò in questo modo:

I would never have any intention of accepting anything like that. I seriously don’t know what it’s for. It’s not what I spent my life working for.

(Non ho mai avuto intenzione di accettare niente del genere. Sul serio, non so per cosa siano. Non riguardano ciò per cui ho lavorato nella mia vita.)

Il rifiuto di entrare nei palazzi del potere anche solo per ricevere delle onorificenze non significa affatto che l’artista britannico non si sia appassionato a temi politici e sociali, anzi. Alcuni testi delle sue canzoni hanno un fortissimo potere di critica e denuncia (e li vedremo in seguito). In un certo senso potremmo anche arrivare a definire la stessa attività artistica di Bowie, politica. Vediamo come.

Bowie ha detto la sua tramite quello che sapeva fare meglio, la musica e l’arte. E l’ha fatto senza mai appiattirsi su uno schieramento o l’altro. Se la sua storia ci presenta un Bowie vicino a istanze progressiste e liberali, la star da 250 milioni di dischi venduti non era inquadrabile nel compartimento sinistra e tanto meno in quello destra, nonostante più volte media e politici di entrambi gli schieramenti abbiano provato ad usare una delle tante versioni di Bowie per rivendicarne un’appartenenza.

Basterebbe leggere gli articoli di giornale dopo la sua morte, avvenuta il 10 gennaio 2016, per capire come questo vizio, anche in Italia, non sia mai venuto meno (volete un esempio? Eccolo).

Non è un caso che lo stesso Bowie si sia definito apolitico. Il suo voler essere fuori dalla contesa per non essere strumentalizzato può aiutare a capire l’apparente infinita serie di contraddizioni che hanno portato Bowie ad essere sempre e comunque innovatore e provocatore: dal Bowie radicale che dichiara la propria omosessualità, poi rinnegata, al Bowie che in un’intervista dice “che adorerebbe essere primo ministro”, dal Bowie che dichiara Hitler una rock star al Bowie contro la guerra, dal Bowie icona contro al muro al concerto del 1987 a Berlino all’ultimo Bowie che chiede alla Scozia di non uscire dal Regno Unito (e per questo viene schernito alla sua morte dai nazionalisti scozzesi).

Bowie era un artista e l’ha sempre voluto mettere in chiaro, senza mai esser tirato per la giacchetta. E da artista non ha mai rinunciato ad incidere fortemente sulla società in cui viveva.

The more government systems I see, the less enticed I am to give my allegiance to any set of people, so it would be disastrous for me to adopt a definitive point of view, or to adopt a party of people and say ‘these are my people’.

(Più sistemi di governo vedo, meno sono propenso ad essere fedele ad alcuno schieramento, sarebbe disastroso per me adottare un punto di vista definitivo, o scegliere un partito e dire ‘questi sono i miei’.)

Bowie critico dell’establishment e dei media

Non per questo, come abbiamo detto, Bowie rinuncia in molte delle sue canzoni ad affrontare in modo anche aspro temi politici.

Silhouettes and shadows
watch the revolution
No more free steps to heaven
and it’s no game […]
Documentaries on refugees
couples ‘gainst the target […]
Draw the blinds on yesterday
and it’s all so much scarier
Put a bullet in my brain
and it makes all the papers

(Profili e ombre
guardano la rivoluzione
Niente più passi facili verso il paradiso
e non è un gioco […]
Documentari su rifugiati
coppie nel mirino […]
Chiudi la finestra sul passato
ed è tutto più spaventoso
Sparami un colpo in testa
e ne parleranno tutti i giornali)

Era il 12 settembre del 1980 e David Robert Jones, in arte David Bowie, usciva per la RCA Records con il suo quattordicesimo album dal titolo Scary Monsters (and Super Creeps). Nella prima traccia dell’album, It’s no game (part 1), troviamo un artista arrabbiato, sicuramente politico, col senno di poi profetico, che già parla del lato oscuro degli anni ’80: la stagione dei grandi ideali si è conclusa, rimangono le vittime dei conflitti, restano i rifugiati – spaventoso constatare quanto sia attuale- e ci teniamo i mass media con il loro sguardo superficiale, tossico e banalizzante.

David Bowie urla con voce stridula la sua aspra critica:

So where’s the moral?
People have their fingers broken
To be insulted by these fascists –
it’s so degrading
And it’s no game

E allora dov’è la morale?
La gente ha le dita spezzate
Venir insultati da questi fascisti
è così degradante
E non è un gioco

Come fa notare Pietro Deandrea sullo Straniero si passa dalle ideologie del 900 al gioco: nulla è più preso sul serio, neanche la tragedia. Bowie urla una verità semplice quanto decisiva: non è un gioco. Scary Monsters si chiude con It’s no game (part 2), dove risuona ancora una volta una critica molto dura della società e del cosiddetto sogno americano.

Children ‘round the world
put camel shit on the walls
Making carpets on treadmills,
or garbage sorting
And it’s no game

Bambini in tutto il mondo
mettono cacca di cammello sui muri
Fanno tappeti su macchinari,
o frugano in discariche
E non è un gioco

Il cantautore britannico ha uno sguardo che va lontano, e ci riporta a tematiche sempre più al centro della scena pubblica. Temi che troviamo ancora oggi e troveremo in futuro, cantati nel 1980.

Bowie provocatore e anticipatore

Come abbiamo scritto Bowie non era il classico artista “democratico” che si batte per i diritti umani. Non stiamo parlando quindi di un precursore di Bono o di Gedolf. Il Bowie artista, anticipatore e sempre diverso da se stesso (in primis artisticamente, basti pensare al Bowie glam di Ziggy Stardust o Diamond Dogs, a quello disco music di Young Americans, altro pezzo molto politico, e alla trilogia berlinese con Heroes) non dà modo di trovare un filo prettamente logico.

Nel gennaio del ’72 Bowie dichiara al Melody Maker:

Sono omosessuale e lo sono sempre stato anche quando ero David Jones.

Parole che nel mondo culturale e politico pesano eccome. Ricordatevi che siamo nel ’72. Nel ’74 con Rebel Rebel Bowie spinge ulteriormente sul rimescolamento dei generi sessuali, confondendo immagini maschili e femminili, come fa notare Francesco Adinolfi sul Manifesto. Nel ’76 Bowie ritratterà sulla sua omosessualità, dichiarando di essere etero, di essere stato male interpretato dai media ma ammettendo che l’uscita tanto rumorosa aveva giovato alla sua carriera.

Ombre e luci, luci e ombre, dentro e fuori i palchi. Negli anni ’70 Bowie sale alla ribalta per l'”ossessione nazista” (e una forte dipendenza da cocaina, associata a psicosi e scarsa alimentazione). Qualcuno si ricorderà ancora quando, viaggiando per l’Unione Sovietica, alla frontiera, mentre torna verso Berlino, Bowie viene trovato con libri di Goebbels e Speer, e i giornali lo dipingono come un uomo ossessionato dal nazismo e da Nietzsche. O quando a Playboy l’artista racconta che “Hitler è stato la prima grande rockstar e il nazionalsocialismo una splendida iniezione di morale”. Poi c’è il saluto nazista “intercettato” (ma probabilmente mal interpretato) da uno scatto a chiusura di un concerto del 1976, che fa esplodere altrettante polemiche. Winona Williams, all’epoca sua fidanzata, descrive un Bowie a Berlino che compone alcuni dei suoi capolavori alla scrivania che fu di Goebbels, ministro della propaganda del Terzo Reich. La Williams parla di un Bowie interessato alla storia e all’estetica nazista ma non antisemita o politicamente vicino al nazismo.

Una parentesi che sembra non avere nulla a che fare, anzi sembra opposta, a quando nel 1983 Bowie dichiara:

Guardando MTV negli ultimi mesi, ho notato che è un progetto solido, con un sacco di cose interessanti. Sono solo sconcertato dal fatto che vengono mandati in onda… così pochi artisti neri. Perché?

Come sostiene Rob Tenenbaum, co-autore di I Want My MTV: The Uncensored Story of the Music Video Revolution, anche grazie alla sua amicizia con Nile Rodgers, Bowie fu anche un grande sostenitore della musica nera e dei musicisti neri. Per anni un nazista, poi un difensore dei diritti neri, poi marito di una modella somala (con la quale si sposò a Firenze). Pochi tratti che spiegano bene come l’artista nato a Londra e morto a New York andasse decisamente oltre le piccole polemiche giornalistiche fatte per vendere qualche copia in più e non si curasse -all’interno della sua ricerca artistica- di compiacere uno o più schieramenti politici. Che, difatti, non l’hanno mai caapito fino in fondo.

Quando ripercorriamo il percorso di Bowie non troviamo un musicista “politico” nel senso più classico del termine, ma sono indubbi i riferimenti critici all’interno dei testi della star e la sua capacità di irrompere sulla scena con temi mai affrontati. Bowie non voleva essere considerato una star impegnata in cause politiche, ma è indubbio che un certo afflato politico, critico e sociale attraversi i suoi testi. Bowie è stato un innovatore e ha saputo utilizzare la scena mediatica per provocare e abbattere alcuni tabù.

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